Political Coaching

7 Scienziati a pochi mesi dalla Brexit

22 Nov 2018

A meno che non intervenga un terremoto politico, tra pochi mesi il Regno Unito dovrà lasciare l'Unione europea. Eppure i dettagli della separazione del marzo 2019 sono ancora confusi, e gli scienziati sono sempre più ansiosi - e arrabbiati - per come la Brexit cambierà le loro ricerche e le loro vite.

Il governo britannico ha fatto un sacco di promesse ai ricercatori: per esempio, dice di essere disposto a contribuire economicamente ai programmi scientifici dell'UE dopo la Brexit in modo che gli scienziati britannici possano richiedere finanziamenti. E ha garantito che sosterrà fino al 2020 le borse di ricerca dell'UE esistenti che potrebbero essere messe a repentaglio dalla separazione. (L'UE, da parte sua, ha accennato che potrebbe aprire il suo prossimo programma di ricerca a una maggiore partecipazione dei paesi terzi.)

I politici hanno anche assicurato che gli accademici non britannici provenienti dall'UE - che costituiscono un sesto del personale universitario britannico - non devono temere di perdere i loro diritti al lavoro o alle prestazioni sanitarie, anche se molti stanno già facendo domanda per ottenere costosi permessi di residenza per scongiurare potenziali catastrofi.

Ma queste promesse potrebbero significare poco se - come sembra plausibile - Regno Unito e Unione Europea non riusciranno a trovare un accordo sui termini della separazione.

Se, per esempio, ci fosse un'uscita senza accordo, la scienza britannica perderebbe immediatamente l'accesso ad almeno tre dei principali flussi di finanziamento del programma quadro Horizon 2020 dell'UE, che hanno fornito, da soli, circa 2 dei 4,8 miliardi di euro che il Regno Unito ha avuto da Horizon 2020 dal 2014. E in un futuro non troppo lontano, le importazioni e le esportazioni di beni essenziali - compresi i prodotti alimentari, le attrezzature scientifiche e i medicinali - verrebbero probabilmente sconvolte o interrotte. Inoltre, anche nel caso di un accordo, è probabile che il libero e facile flusso di ricercatori tra il Regno Unito e l'UE si fermerà.

I ricercatori stanno cercando di prepararsi, ma ci sono segnali che indicano che il Regno Unito potrebbe già perdere i fondi comunitari per la ricerca. La rivista Nature presenta i punti di vista sulla posta in gioco per la scienza di sette scienziati e attivisti, fra cui uno che sta lottando attivamente per un secondo voto che fermi la Brexit.


Edith Heard ad esempio è stata devastata quando ha sentito la notizia del referendum sulla accettazione varia fra l'11% e il 17%; per i progetti provenienti dal Regno Unito la percentuale è del 15% circa. "Quella notte non ho dormito", dice la scienziata britannica, che vive dall'altra parte della Manica dal 1990. Heard dirige il Dipartimento di genetica e biologia dello sviluppo dell'Institut Curie di Parigi ed è membro della Royal Society di Londra, ma non le è stato permesso di votare sulla Brexit perché aveva vissuto all'estero per più di 15 anni.

Ora, come molti altri scienziati britannici sul continente che non sono sicuri del loro futuro, sta prendendo la doppia nazionalità. Sta facendo domanda di cittadinanza francese. "Gli scienziati britannici con cui parlo qui hanno tutti preso una nazionalità europea, se possono, o stanno pensando di farlo, perché nessuno sa davvero quali saranno le conseguenze della Brexit", dice. "Se si osservano le cose dall'Europa, l'incertezza sta già influenzando la ricerca". Inoltre: "Ho notato che dal momento del voto, gli scienziati britannici non possono assumere un ruolo di primo piano nei progetti europei. Ne possono far parte, ma non hanno assunto ruoli di leadership perché c'è il rischio che in futuro i progetti ne potrebbero venire compromessi, non essendo chiaro cosa sta per accadere. Questo è fermare la scienza".

La Brexit ha già influenzato la vita scientifica di Heard. Dopo il voto, le è stato chiesto di candidarsi come prossimo direttore dell'European Molecular Biology Laboratory (EMBL) - un'organizzazione paneuropea con sei sedi in tutto il continente, incluso l'Istituto europeo di bioinformatica a Hinxton, in UK. "Ero così arrabbiata e sconvolta per ciò che la Brexit significava per la scienza europea che ho considerato mio dovere svolgere quel lavoro", dice.

Assumerà l'incarico il prossimo gennaio, trasferendo il suo laboratorio - e la sua famiglia - in una sede dell'EMBL a Heidelberg, in Germania. L'adesione del Regno isola d'Europa nel Regno Unito", e un'occasione per costruire ponti in caso di Brexit.

Anche i ricercatori francesi sono sconvolti dalla situazione e si preparano alla separazione, afferma. Gli scienziati stanno cercando di assicurarsi i fondi per mantenere i partenariati di lavoro UE-UK, nonostante la nebbia che aleggia sulle future regole di collaborazione e sulla possibilità degli scienziati di muoversi liberamente tra Regno Unito ed Europa. "C'è la volontà di andare avanti e fare in modo che la scienza possa procedere", afferma. "Ma al momento tutti si trovano in questa incognita zona grigia".


Silvana Muscella: Amministratore delegato della Trust-IT Services, Regno Unito
"Spero di svegliarmi un giorno e scoprire che la Brexit non ci sarà", dice, "Tutto quello che voglio è poter andare dai miei partner e dire: Ascoltate, ragazzi, abbiamo fatto uno stupido errore. Torniamo al tavolo da disegno e risolviamo le cose."

Nell'ultimo decennio la società di servizi software e marketing Trust-IT Services di Muscella, con sede a Enfield, UK, ha ottenuto più di 15 milioni di sterline dai finanziatori della ricerca dell'UE. Aiuta a coordinare progetti come l'European Open Science Cloud, un repository che fornisce l'accesso a dati e ricerche finanziate con fondi pubblici.

Ma dopo il voto sulla Brexit, Muscella ha in gran parte rinunciato a partecipare attraverso l'azienda alle gare d'appalto per il finanziamento della ricerca europea. Invece, è passata a fare domanda attraverso una piccola società di Pisa, la COMMpla, che ha creato nel 2010 per servire clienti commerciali. Sta usando l'azienda italiana perché i potenziali collaboratori le hanno detto che, pur desiderando che fosse la Trust-IT a lavorare sui loro progetti, data l'incertezza sullo stato della futura partecipazione britannica preferivano un'azienda europea.

"Questi giorni di incertezza provocano una sorta di stigma verso le aziende britanniche quando si mette insieme un consorzio", dice Muscella. "Quando in un consorzio la presenza britannica è troppo massiccia, si cambia."
Non è chiaro cosa accadrà agli attuali progetti della Trust-IT dopo il marzo 2019. Se a quel punto il Regno Unito non sarà in grado di partecipare a programmi di collaborazione, Muscella cercherà di trasferire i suoi fondi alla COMMpla - ma potrebbe non essere autorizzata.

Ma anche se i politici britannici stringessero un accordo conservare mantenere l'accesso ai programmi di ricerca dell'UE, il voto della Brexit avrà comunque avuto un impatto, dice Muscella. "Psicologicamente, ha cambiato il modo in cui i nostri partner si avvicinano a noi. La fiducia è completamente svanita", afferma. "Ci vorrà una generazione per rimediare."


Cesare Terracciano: "Se non fosse stato per la Brexit, quelle persone sarebbero entrate nel mio laboratorio".
Nel 1991, il cardiologo appena laureatosi a Roma, vinse una borsa di studio europea per lo studio delle cardiopatie. Prese il suo passaporto italiano e si trasferì nel Regno Unito, paese rinomato per l'eccellenza dei centri e delle collaborazioni scientifiche. Oggi è principal investigator di uno dei principali centri di ricerca al mondo su come riparare i cuori danneggiati, il Cardiovascular Regenerative Centre della British Heart Foundation di Londra. "Ma dal voto del 2016 sulla Brexit, il centro ha fatto fatica ad attirare i migliori talenti. Scoraggiati dall'incertezza sul loro futuro in UK", dice Cesare e i cardiologi europei emergenti potrebbero non prendere la stessa decisione che ha preso lui.

Il laboratorio di Terracciano dipende moltissimo dai talenti d'oltremanica: su 13 collaboratori (compreso lui), 10 sono europei non britannici. Ma nel dicembre 2016 e nel dicembre 2017, due postdoc europei che Terracciano aveva cercato di reclutare hanno detto che non sarebbero venuti. "Hanno cambiato idea perché non gli è piaciuta l'incertezza di poter rimanere nel Regno Unito per proseguire la loro carriera", dice. "Mi hanno detto: se non ci fosse stata la Brexit, saremmo sicuramente entrati nel tuo laboratorio, ma ora no".
Ha poi trovato altri candidati, uno dalla Grecia e uno dal Regno Unito.

Terracciano è ben finanziato da fonti britanniche, quindi è improbabile che debba affrontare conseguenze finanziarie immediate. Né vuole lasciare il paese: sua moglie e i suoi tre figli sono inglesi. Ma la sua vita è stata colpita in altri modi: ha un problema di linguaggio e il terapista specializzato che lo assiste da anni ha deciso di tornare in Irlanda a causa della Brexit.

Anche l'attuale team di Terracciano è estremamente preoccupato. "Il nostro staff è molto nervoso per la Brexit, perché non sa cosa succederà. Non sappiamo nulla e non possiamo dare delle rassicurazioni", dice.


Fabrizio Leisen: Statistico, Università del Kent, Canterbury
Leisen ha già lasciato un paese in cui la politica ha danneggiato la scienza. Ora si chiede se sia il caso di trasferirsi di nuovo. Originario del Lussemburgo, nel 2013 ha rinunciato a un posto di ricerca in Spagna dopo che il governo ha imposto severi tagli di austerità ai finanziamenti pubblici a seguito della crisi finanziaria. "Abbiamo dovuto rinunciare ai nostri stipendi per un mese", dice.

È venuto nel Regno Unito, dove la spesa pubblica per la scienza è stata relativamente protetta. Ma la Brexit potrebbe cambiare la situazione, sia perché potrebbe danneggiare l'economia del paese, sia perché le università potrebbero perdere l'accesso ai finanziamenti dell'Unione Europea.

Il problema tocca da vicino Leisen, che ha beneficiato di una borsa di studio Marie Curie per l'integrazione professionale in UK [bandite nel quadro di un'azione dell'UE, NdT] e ora, per la prossima fase della sua carriera, spera di ricevere fondi dal Consiglio europeo della ricerca (CER), il più prestigioso organismo dell'UE che distribuisce borse di studio. "È molto importante per me avere un finanziamento comunitario", afferma.

Preoccupante è anche il fatto che, come per altri cittadini dell'UE, i suoi diritti a lavorare in UK dopo la Brexit e ad accedere alle prestazioni sociali e sanitarie non sono ancora chiari. Stima che il costo per richiedere la cittadinanza o la residenza nel Regno Unito per sé e la sua famiglia di quattro persone ammonterebbe a circa 4000 sterline.

Leisen lavora all'Università del Kent a Canterbury, che si definisce "l'Università europea della Gran Bretagna" (il 24% del suo personale proviene dall'Europa continentale) e che ha offerto ai suoi accademici europei di prestare il denaro per richiedere la residenza o la cittadinanza. "Ma il rimborso del prestito non sarà una cosa da niente", dice lo statistico.

Per il momento, almeno, i candidati britannici non vengono ignorati quando fanno domanda per la borsa di studio Marie Curie e per altri programmi, sottolinea Leisen, che è un revisore per le borse finalizzate all'integrazione. "Come membri del panel, abbiamo precise istruzioni: il Regno Unito è membro dell'UE e tutti i candidati devono essere trattati di conseguenza", afferma Leisen.


Chiara Bonacchi: Archeologa, Stirling University, Regno Unito
La nostra ha idee chiare sul suo futuro. "Non ho intenzione di andarmene", dice con enfasi. Cittadina italiana ha ottenuto la residenza britannica a giugno e ora ha fatto domanda di cittadinanza. Dice di conoscere accademici che, dopo il voto sulla Brexit, sono stati spinti da altre università britanniche a diventare professori in Germania e Austria. Ma per lei, i vantaggi di rimanere sono superiori ai rischi futuri.

"Ho scelto lil Regno Unito perché mi ha dato l'opportunità di svilupparmi come ricercatrice indipendente. Al contrario gli accademici in Italia hanno 'pochissimo spazio per crescere' e minori opportunità di costruire i propri team e di sviluppare i propri interessi di ricerca se non a carriera già avanzata".
Bonacchi ha persino trovato un modo per fondere la Brexit con i suoi studi su come materiali e idee culturali risalenti all'età del ferro e al passato romano della Gran Bretagna sono oggi rielaborati. Insieme ai colleghi dell'University College London, ha cercato su Facebook post sulla Brexit usando parole chiave relative a quel periodo storico. "Il termine "romano" - come in Impero romano - è stato uno dei termini più usati, dice, presente in più di 2500 messaggi e commenti (C. Bonacchi et al. J. Soc. Archaeol. 18, 174-192; 2018).

Alcuni dei messaggi apparsi su Facebook che volevano che il Regno Unito rimanesse nell'Unione Europea invocavano l'impero romano come primo esempio di un potere civilizzatore che portò benefici alla penisola britannica. Ma altri, che sostenevano la Brexit, sottolineavano la resistenza britannica alla violenza e all'oppressione romana e definivano l'impero romano come una dittatura.

Questi punti di vista corrispondono a discussioni più ampie su la gente percepisce l'Inghilterra romana, o come l'origine della civiltà europea o come occupazione nemica, e mostrano come la percezione del passato della Gran Bretagna stia ancora influenzando la sua politica e la società di oggi. "Voglio capire come il modo in cui le persone percepiscono il passato ne modella le opinioni politiche e il tipo di futuro che vogliono costruire", dice la Bonacchi.


Beatriz Mingo Fernandez: Radioastronoma, Open University , Bristol
Ha iniziato la sua lotta contro la Brexit la mattina dopo che il Regno Unito ha votato per lasciare l'Unione europea. Si è unita a un gruppo che rappresenta gli spagnoli nel paese e ha marciato contro una Brexit hard per evitare di rompere i legami scientifici con le istituzioni dell'UE.

Lo scorso febbraio, lei e decine di altri europei si sono incontrati con membri del parlamento britannico per perorare la causa dei diritti dei lavoratori europei che vivono nel Regno Unito. "All'epoca speravamo davvero che ci sarebbe stato un cambiamento", dice Mingo, astrofisica dell'Open University a Bristol. Ma l'euforia di quel giorno si è presto trasformata in delusione. I politici presenti non hanno portato avanti alcuna azione in merito. "Non è successo davvero nulla", dice. "Il governo ci ha messo molto tempo per affrontare il problema dei nostri diritti post-Brexit. Non gli importava e non ci ascoltavano. Ora, la gente è stanca e sente di non poter fare la differenza".

La mancanza di risultati di quell'incontro si è aggiunta un'aspra miscela di incertezza e animosità che sta portando la Mingo riconsiderare la sua posizione nel Regno Unito. È arrivata nove anni fa e dice di sapere "dal secondo giorno" che voleva rimanere per sempre. Ma ora, dice, lei e il suo partner hanno "preso in considerazione l'idea di andarsene e stanno facendo piani provvisori. Se c'è una grande opportunità all'estero, ce ne andremo sicuramente".

L'incertezza sul futuro status del Regno Unito è il problema maggiore, dice Mingo, che per il suo team è diventato più difficile ottenere finanziamenti europei e che alcuni dei suoi colleghi hanno rinunciato a presentare domanda al programma di finanziamenti alla ricerca dell'UE. "Le nostre università si basano su una forza lavoro internazionale, sullo scambio di idee e sulla libera circolazione. Ora, a causa di tutta questa incertezza, il Regno Unito sta diventando un posto meno desiderabile in cui andare."

Le rassicurazioni del governo che i cittadini dell'UE manterranno il diritto di vivere e lavorare in UK dopo la Brexit sono state solo marginalmente utili. Mingo ha ricevuto lo status di residente permanente in Gran Bretagna a giugno, ma ora si sta concentrando per rendersi interessante per potenziali datori di lavoro all'estero. "La mia strategia per limitare i danni è pubblicare quanto più possibile e di fare il maggior lavoro possibile prima che le cose crollino, in modo che mi offrano un lavoro altrove", dice. "La mia vita ora è così."



Mike Galsworthy: Co-fondatore di Scientists for EU, Londra
Il gruppo Scientists for EU si batte sin dall'esito del voto sulla Brexit perché i politici tengano conto degli interessi degli scienziati. Ma a sei mesi dal momento in cui il Regno Unito si separerà legalmente dall'UE, non c'è ancora chiarezza su ciò che accadrà in futuro. "Ora", dice Mike Galsworthy, ex analista di politiche della ricerca e cofondatore del gruppo, "l'attivismo ha cambiato obiettivo: cercare di impedire che ci sia la Brexit".

Quest'anno, Scientists for EU, che è già influente tra gli attivisti anti-Brexit, ha unito le forze con un movimento nazionale chiamato People's Vote, che chiede un secondo referendum sull'adesione della Gran Bretagna all'UE.
Il movimento ha anche il sostegno di un gruppo chiamato Healthier in the EU (in procinto di essere ribattezzato NHS Against Brexit). Questo gruppo è stato cofondato da Scientists for EU e rappresenta gli interessi dei cittadini dell'UE che lavorano nel servizio sanitario nazionale britannico.

"Il gruppo di pressione ha spostato il suo obiettivo", dice Galsworthy,"perché pensa che rimanga troppo poco tempo per negoziare quella che definisce una Brexit 'ragionevole': un ritiro graduale del Regno Unito dalle istituzioni europee nel corso di diversi anni, e non la rottura istantanea verso cui sembrano orientati i politici. O ci schianteremo o eviteremo la Brexit. La via di mezzo si sta rapidamente consumando".

Scientists for EU conta ora su 150 gruppi di volontari affiliati sparsi in tutta il paese, che stanno bussando alle porte delle case per convincere la gente a sostenere un secondo voto. Galsworthy pensa che, se un ci dovesse essere un simile referendum, il risultato potrebbe pendere contro la Brexit: i sondaggi d'opinione ora danno costantemente per favorita la permanenza del Regno Unito nell'UE. "Se la maggioranza dell'opinione pubblica ha deciso di voler cancellare la Brexit, ha tutto il diritto di farlo", sottolinea.


Liberamente tratto da LeScienze.it, del 29 settembre 2018
 

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